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Incontro con Franco Debenedetti Teglio

 

I grandi eventi del Liceo Mazzarello - La mostra

 

 

Franco Debenedetti Teglio è un "Hidden child" (bambino nascosto). Ha trascorso i suoi primi otto anni di vita, vissuti quasi in incognito, sotto l'agghiacciante scure delle leggi razziali del suo paese, l'Italia, e successivamente nascosto, senza nome, nel terrore continuo di essere catturato.

"Non devi parlare. Non devi farti scoprire. Non svoltare l’angolo perché non sai chi incontrerai. Non ti chiamerai più con il tuo nome, ricordalo. Non devi giocare con gli altri bambini, non rivolgere a loro la parola. Non devi far rumore. Non pensare. Anche i pensieri hanno un suono. Se ci trovano ci prendono e ci chiudono nello scantinato del mondo. Da lì non si esce. Questo era il messaggio silenzioso che mi giungeva dritto nel cuore, e nella mia testa di bimbo io tacevo i miei fantasmi."

Franco Debenedetti Teglio ha aperto solo da pochi anni il pentolone del proprio passato e da allora scrive racconti e fa testimonianze. Nel novembre del 2007 ha vinto il primo premio per la narrativa "Mario Pannunzio".

 

 

«Sono nato a Genova nel dicembre 1937, sin da quando ero piccolo ho vissuto costantemente in un contesto familiare e sociale angosciosi, in cui si respirava un’atmosfera penosa, sconfortante; circolavano già, prima ancora che venissero promulgate le leggi razziali, stereotipi negativi e insultanti per chi era identificato come ebreo, una persona definita con epiteti proferiti in modo sprezzante e con odio, come maiale, capitalista, grassone... Per me, fino all’età di 8 anni, quella fu un’esperienza devastante, che violentò la mia infanzia. Le cui conseguenze si sono ripercosse in modo brutale nella mia vita personale e nella mia famiglia. Avevo praticamente rimosso del tutto il mio passato, la memoria di quanto e che cosa avevo dovuto subire quando ero solo un bambino; non sapevo nulla della mia infanzia. Ero, però, tormentato da spaventosi incubi tutte le notti. Solo a sessantacinque anni compiuti, ho cominciato a fare delle indagini sulla mia vita passata per tentare di ricostruire la mia identità, la storia della mia famiglia, scartabellando documenti, lettere, articoli di giornali, fotografie, incontrando persone che mi avevano conosciuto e mi hanno raccontato di me, dei miei genitori, di mio fratello, delle nostre traversie, delle persecuzioni e discriminazioni subite, dei rischi e pericoli che correvamo ogni giorno, perché eravamo ebrei. In Italia, gli ebrei erano abbastanza integrati, si sentivano cittadini italiani a tutti gli effetti, e non mancavano anche gli ebrei fascisti. In proporzione, si può dire che la partecipazione in percentuale degli ebrei ai moti risorgimentali, alle guerre d’indipendenza per l’unità della nazione e alla prima guerra mondiale era maggiore rispetto a quella degli stessi italiani cattolici. Il regime fascista, agli inizi, sembrava ufficialmente non ostile agli ebrei, e faceva entrare senza problemi e accoglieva gli ebrei che fuggivano dalla Germania. Poi, con le leggi razziali, le cose mutarono radicalmente. Ogni giorno e ogni ora, con quelle norme che inneggiavano alla purezza e salvaguardia della razza ariana, si toglieva all’ebreo ogni minima possibilità di sopravvivenza. Lo stesso duce, che si vantava di non manifestare agli inizi alcun sentimento antisemita, in realtà fece tradurre e finanziare personalmente, nel 1924, quando il nazismo era ancora agli albori, l’edizione italiana del “Mein Kapf” di Hitler. Esiste un brano, in questo libro, in cui Hitler elogiava Mussolini perché combatteva l’Hydra ebraica. In una pagina del “Corriere della Sera” del 1938, era così riportato: “Evviva! Noi siamo stati i primi!”, nel senso che gli italiani avevano per primi inaugurato quelle deliranti argomentazioni razziste, che poi sfociarono in una campagna di persecuzione e sterminio sistematici contro gli ebrei. Fummo costretti a trasferirci, emigrare, esiliare in Francia, dove campammo ai limiti della sopravvivenza, con ogni sorta di espedienti, ospiti di amici, o di persone pietose, e fatti oggetto delle più oltraggiose ingiurie e di maltrattamenti, specialmente noi bambini, io e mio fratello Sergio più grande di me di 1 anno, sempre per lo stesso ritornello: perché eravamo ebrei. Inoltre perché eravamo italiani, infatti nel 1940, l’Italia invase proditoriamente il Sud della Francia, sicura della vittoria, dopo che le armate naziste l’avevano completamente sconfitta e annientata.

Io e mio fratello credevamo che tornare in Italia sarebbe stato bellissimo: era la nostra vera patria... Ma ben presto la mia famiglia si rese conto che il rischio di essere scovati dalle ss e portati via a lavorare nei campi di sterminio era diventato altissimo. La situazione per noi si era fatta disperata. I nostri genitori ci obbligarono a nascondere all’esterno la nostra vera identità. Dovevamo dimenticare il nostro cognome, fummo privati dello shadai, la medaglietta d’oro che portavamo al collo per tradizione.

Ii fascisti e i nazisti rastrellavano spesso la zona alla ricerca di partigiani o di ebrei. Chi faceva la spia e denunciava un ebreo, poteva guadagnare dai nazifascisti 5000 lire d’allora, per ogni persona internata. Quasi mai venimmo denunciati, perché i partigiani e i contadini ci volevano bene e ci proteggevano. Chi ci avesse fatto del male, sarebbe incorso nella loro vendetta, perciò nessuno, di quelli che ci volevano invece male, osava denunciarci.

Esisteva una rete di protezione veramente efficace, per fortuna, c’era una solidarietà grande da parte degli abitanti della zona nei nostri confronti. Noi venivamo avvisati sempre in tempo e riuscivamo a nasconderci, grazie all’aiuto dei contadini e dei pastori di quei luoghi, che si dimostrarono sempre pieni di gratitudine verso mio padre – e lo ricordarono sempre con affetto, venni a sapere da loro stessi o dai loro nipoti –, perché lui si dava un gran da fare, con le sue lisce e morbide mani d’impiegato statale, per nulla callose o indurite come quelle dei contadini, nell’aiutarli a zappare la terra, potare le vigne, spaccare le pietre. Lavorava a giornata per loro. Io stesso facevo il pastore, badavo alle pecore, mungevo il latte, raccoglievo la legna, in cambio mi davano un po’ di formaggio o un uovo…

Un giorno i tedeschi avevano fatto un rastrellamento e razziato le case del paese. Avevano preso anche mio padre. Furono momenti di panico indicibili. Insieme con la mamma, io e mio fratello raggiungemmo la colonna motorizzata dei soldati della Wermacht, che, con i loro prigionieri e il loro bottino, si stava allontanando. Un signore, che ci aveva avvisato della cattura di mio padre, mi mise in mano una stecca di sigarette. Vedemmo nostro padre, con le mani legate dietro la schiena, e due soldati molto giovani che lo scortavano, ma erano distanti dal resto della truppa. Mi avvicinai e diedi loro le sigarette. Cercammo di suscitare in loro un po’ di compassione, barattavo la vita di mio padre con una stecca di sigarette. A un tratto si udirono degli spari. Erano i partigiani che attaccavano la colonna. I due tedeschi, colti di sorpresa, spaventati dalle raffiche dei proiettili, senza dire niente, afferrarono le sigarette, ci lasciarono nostro padre vivo, e raggiunsero il resto della colonna. Ero felice: avevo salvato da morte certa mio padre…

 

Alla fine della guerra, tornammo a Genova, e mio padre fu subito reintegrato in servizio presso la Marina. Per qualche anno tornò finalmente la normalità e la serenità. Purtroppo mio padre era succube di una forte depressione. Verso la fine del 1949 si suicidò. Nostra madre si occupò di noi, facendo molti sacrifici per farci studiare. Ma era molto apprensiva e ci soffocava con la sua ansia e le sue attenzioni. Io a 14 anni me ne andai a vivere da solo. Riuscii a trovare lavoro presso la Olivetti. Anche mio fratello, diciassettenne, se ne andò di casa, ma all’età di 22 anni, dopo che aveva conseguito brillantemente la laurea in Fisica nucleare presso la Normale di Pisa, si suicidò. Da parte mia, sono ancora qui e sto ora parlando con lei. Dopo aver seguito le tracce del mio passato e recuperato la memoria del mio vissuto drammatico di bambino-nascosto, dal 2005 tendo ad andare nelle scuole, e nei locali pubblici, e parlare ai bambini, ai giovani, alla gente della mia esperienza di bambino ebreo, scampato ai campi di concentramento, ma vittima delle persecuzioni razziali. E lo faccio tuttora». (dall'intervista rilasciata a Dimensioni nuove)

 

 

Franco Debenedetti Teglio ha presentato la sua storia agli studenti del Liceo. Ha fatto parte della giuria che poi ha valutato e premiato gli elaborati degli studenti.

 

 

 

 

 

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